La Vuelta d’Espana

 

By Lonewolf

 

            Era stato sempre un mio pallino, una mia fissazione. Riuscire ad arrivare in Spagna partendo da Catania. Eppure non sembrava così assurdo, ma non ero mai riuscito a farlo. Vuoi per la mancanza della moto giusta, vuoi per la mancanza di “dinero” vuoi perché allora ero un padre di famiglia. Ebbene, non ci crederete, ma si sono verificate tutte le condizioni in una sola volta, e così a bordo della mia BMW R850R Special Edition, mi sono messo in cammino per raggiungere l’agognata meta. Inutile narrare l’Italia. Costosissima e con servizi da schifo. Ma questo già lo sapete. L’adrenalina cominciò a scorrermi appena giunto a Genova. Mi sentivo ad un passo dalla meta, anche se ancora mancavano quasi 1.000 Km. Tutto cominciava a scorrere in maniera quanto mai fluida, ma devo dire che l’Italia mi aveva stancato, e così pernottai a Sanremo, un camping che non si può neppure descrivere tanto era schifoso quanto era caro. Avevo deciso di lasciarmi la Francia alle spalle, l’avevo già vista e mi era piaciuta pochissimo e poi non vedevo l’ora di arrivare in Spagna, così quella notte dormii pochissimo, era il quattro agosto. Il mio rientro non era previsto prima del 23 (avevo prenotato la nave da Genova a Palermo, perché l’Italia va bene una volta, ma due mi è sembrato eccessivo visti i costi), quindi ritenevo di avere tutto il tempo del mondo, ma alle sette ero già in piedi e pronto a partire. Giunsi in Francia in un batter d’occhio e qui dovetti fare i conti con un’infinità di caselli autostradali che sembrava non finissero mai. In compenso però un asfalto che non ricordavo così curato e soprattutto mi resi conto che la tariffa autostradale era differente tra moto e macchine. Questo mi sembrò un segno di assoluta civiltà e di riguardo nei confronti di noi bykers. Alla partenza mi avevano battezzato Lone Wolf, visto che partivo da solo e credo che mai soprannome fu più azzeccato, almeno nei miei confronti. L’autostrada scorreva e dopo un pasto (se possiamo chiamarlo così ) ad Aix-en-Provence mi rituffai ancora sulla strada per raggiungere la meta il prima possibile. In autogrill era davvero uno spasso. Pensavo di essere tra i pochi che avevano tentato l’avventura spagnola, ma mi resi conto che i motociclisti erano tanti e tutti viaggiavano con le moto più disparate, dal custom alla moto da cross (vedi Honda XR600). Tantissime moto stradali, ma nessuna che provenisse dalla mia regione. In pratica ero l’unico siciliano che aveva tentato l’avventura (in ogni caso non ne ho mai incontrato nessuno). Era quasi sera e proprio in autogrill ricevetti una dritta da un ragazzo in BMWR1100R ampiamente modificata, circa il miglior modo per trascorrere la notte appena giunto in Spagna. Al secondo autogrill dopo La Junquera, (al confine quindi) avrei trovato un grande Hangar, sotto il quale si fermavano a dormire i bykers esausti. Alla vista dei Pirenei il cuore quasi mi si fermò ed all’atto dell’attraversamento della frontiera levai in alto il pugno in segno di vittoria, l’obiettivo era raggiunto. Trovai l’autogrill e l’hangar e quella notte dormii per terra dentro il sacco a pelo, stanco ma felice, ma soprattutto in compagnia di appena 327 bykers che come me avevano deciso di non spendere una lira (pardon un euro) alla frontiera e si erano ritrovati lì per trascorrere la notte. Avevamo messo le moto in maniera perimetrale all’hangar e ci addormentammo circondati dal calore delle nostre fedelissime. Al mattino sembrava di essere in una torre di Babele, le lingue più disparate, i dialetti più assurdi, quasi incomprensibili, ma dopo colazione quasi senza volerlo accendemmo le moto all’unisono (e qui il linguaggio divenne universale), e, come un esercito di mercenari dalle provenienze più strane, andammo alla conquista della terra dei Templari, dei Conquistadores, della Movida. In ogni caso la solitudine non mi pesava, sentivo i due cilindri della mia moto andare all’unisono e questo mi rendeva felice. Fino ad allora nessun problema. Alle dieci ero a Barcelona, una città a dir poco inquietante che avevo già visto per la verità , ma una cosa è andare in un posto con un viaggio organizzato, ben altra è giungervi come un uomo qualsiasi per via terra. L’effetto fu stranissimo ed ancora stentavo a crederci, quando alla mia destra vidi il “Nou Camp” il mitico stadio del “Barcelona”. Istintivamente mi fermai e volli visitarlo per rendermi conto di ciò che significava essere lì. Capii che il “Barcelona” non era solo una squadra di calcio, o di qualsiasi altro sport praticasse, era un culto che la gente venerava e molti spagnoli venivano da tutte le parti per visitare lo stadio e la “Botiga” (il negozio ove si vendevano i gadget delle squadre). Comprai qualcosa anch’io, poi mi diressi verso la città per un rapido giro e per mangiare qualcosa, quindi partenza! Avevo detto di non avere fretta, ma in realtà la voglia di partire mi divorava. Direzione Valencia, ancora non lo sapevo, ma lì sarebbe maturato, ciò che era l’itinerario del viaggio. L’autostrada mi sembrò quando mai accogliente ed i paesaggi stupendi. Non bellissimi e suggestivi come quelli dei Pirenei, ma non c’era di che lamentarsi, come pure giungendo nella “Comunidad Valenciana” mi resi conto di come la gente fosse gentile e cortese, frutto senz’altro di una buona educazione e predisposizione verso i turisti. (Ma perché in Sicilia non è così?) Anche stavolta giunsi a Valencia all’imbrunire. Mi apparve subito bellissima. Vi erano delle costruzioni che non esitai a definire da quarto millennio, anche perché qui in Italia non ne ho mai viste. Le strade erano abbastanza larghe, ma…. Quanti semafori! Uno ogni cento metri, ed erano per lo più semafori pedonali che tutti, dico tutti, rispettavano. A Catania non sarebbe certo accaduto. Il camping più vicino era ad “El Saler” che, scoprii poi essere la vera patria della Paella Valenciana, ma dovetti giungere fino ad un camping ben più distante per trovare posto. Manco a dirlo era tutto pieno e sia io che altri due ragazzi italiani, ci sistemammo in un prato del quale si sconosceva appieno la funzione. Avremmo traslocato l’indomani, ci dissero, e che quella era una sistemazione di fortuna. Se ci andava bene. Ci andava bene. L’importante era piazzare la tenda prima che giungesse il buio. Il prato era incantevole e devo dire che dopo il cemento de “La Junquera” mi sembrò di dormire su un letto di piume. L’indomani giunsero altri campeggiatori ed il prato cominciò a popolarsi. I ragazzi con i quali ero arrivato erano in partenza, ma non ebbero il tempo di smontare le tende, che già arrivano altri in sistemazione di fortuna. Tra tutti intravidi una Harley bellissima e super personalizzata, carica come un mulo, ma con un certo stile, che appresi appartenere a Frank “Wolf Black”, che certamente conoscete. Decidemmo di esplorare la città insieme, anche perché non ero certo partito per fare chilometri, ma per vedere le città che attraversavo, infatti fece un’eccezione solo Barcelona, ma solo perché l’avevo già vista. Appresi da Frank (peraltro munito di guida della Spagna, mentre io non ne avevo), che la costruzione che avevo visto arrivando era il Museo della Tecnica e così decidemmo di visitarlo insieme. Restammo a Valencia quattro giorni e visitammo tutta la città che ancora oggi considero bellissima. Ma le notti erano anche oggetto di esplorazioni, e così ci unimmo a dei ragazzi di Foligno per meglio gustare la movida valenciana. Niente male davvero! Il prato era diventato ormai parte del camping e vi era giunta gente di varia nazionalità, tra lo spagnolo (che Frank parla benissimo), e un po’ d’inglese (che io parlo malissimo) riuscimmo a coinvolgere altri ragazzi per una “spedizione” nella vita notturna di Valencia. E fu bellissimo. Non basterebbero cento pagine per raccontare i particolari di quei tre giorni e così andiamo oltre. Io e Frank avevamo lo stesso itinerario: raggiungere “Torremolinos” e così decidemmo di proseguire il viaggio insieme. Mi dispiacque lasciare quel prato, ma il viaggio doveva proseguire. Almeno per parte mia ero entusiasta della decisione presa. Avrei avuto un compagno di viaggio pur essendo partito in solitario. Ciò ci permetteva di darci una mano reciproca e soprattutto ci portava a confrontarci l’uno con l’altro. Giungemmo a Benidorm sotto il temporale. Aveva piovuto parecchio in autostrada e per fortuna che tra le varie attrezzature avevamo quella antipioggia. (Ma poteva mancare?) Un posto strano. Una piccola New York piena di grattacieli che avvolgevano una città vecchia ricca di significato. Era stata senz’altro una comunità di pescatori prima di diventare una comunità turistica, e da qui la necessità di grattacieli. Frank non ne era entusiasta, ma a me piacque moltissimo. Un pub da segnalare: Sul lungomare un locale riservato ai bykers, con le moto che facevano bella mostra dinanzi al locale e con gli avventori che avevano un abbigliamento esclusivamente da motociclista, fratelli Harley, naturalmente! Cenammo con due ragazze Begonia e Cristina, che senz’altro Frank capiva, mentre io mi sforzai per la prima volta e molto seriamente di parlare lo spagnolo. Avevo ascoltato moltissimo, ma non mi ero mai cimentato, anche se devo dire che è una lingua che mi piace tantissimo e vorrei poterla parlare e scrivere come si deve. Fatta tappa a Benidorm, partimmo l’indomani, con un tempo quanto mai incerto, alla volta di Malaga. Guardai la cartina. Erano circa mille chilometri! Ma Wolf Black non ne voleva sapere: la meta era Malaga e lì dovevamo arrivare in serata! Lì per lì mi adombrai, però mi resi conto che Frank aveva ragione! Era un punto di partenza, quello! Infatti, mi resi conto che tutte le più belle città dell’Andalusia si potevano raggiungere facilmente solo da lì. E così partimmo. Dopo una prima tappa che i portò fino a Murcia, l’autostrada finiva e lì cominciarono i dolori, infatti per entrambi fu durissima. Le moto cariche, ci impedivano di essere agili come volevamo, e la stanchezza si faceva sentire chilometro dopo chilometro. Le strade s’inerpicavano lungo i costoni delle montagne e lo spettacolo di un tramonto stupendo, seguito da un cielo stellato, quasi irreale, che sembrava si potesse toccare con un dito, ci affascinò. Tuttavia non ci fermammo. Io ero stanchissimo e stavo quasi per desistere, quando d’improvviso ci si parò dinanzi u miraggio: l’autostrada! Fatta una brevissima sosta, giusto per un caffè ed una sigaretta, ripartimmo alla volta di Almeria. Avevamo guardato la cartina e ci eravamo resi conto che la strada percorsa somigliava ai fiordi norvegesi. Si arrotolava quasi su sé stessa, ma in linea d’aria si percorreva pochissimo. Alla fine arrivammo nei pressi di Malaga, dove ci fu indicato un campeggio. Eravamo sfiniti, così non facemmo tante storie, piazzammo la tenda e giù a dormire di brutto. L’indomani la triste realtà: Quel camping era un vero e proprio cesso! E rimase l’unico posto dalle condizioni igieniche a dir poco discutibili che io avessi mai visto in tuta la Spagna. Così andammo a Torremolinos e qui riuscimmo a trovare due posti tenda davvero niente male. Però vedi tu la fregatura, sembrava un avamposto italiano in Somalia! Infatti la stragrande maggioranza dei campeggiatori erano italiani e quindi non restava che gironzolare nei dintorni per cercare qualche “chica” spagnola. Non fu difficile, anche perché giusto in quei giorni a Malaga si teneva la Feria e tutta la città era in fermento. La Feria di Malaga è un vero e proprio avvenimento. Tutti gli spagnoli la considerano un vero e proprio momento di festa, un momento che vivono in maniera oserei dire totale. Senza riserve e senza alcuna inibizione. Vi sono degli stand “dedicati” ad un preciso argomento o ad un produttore di qualcosa, o ad un movimento politico, o ad un’artista. Quello che più mi ha impressionato è stato quello dedicato a Jimi Hendrix. Mi ha sorpreso, infatti, scoprire come i ragazzi erano appassionati a qualcosa che io avevo vissuto appieno. Loro veneravano un culto, qualcosa di ormai scomparso. Io quel culto lo avevo vissuto. Mi sorprese scoprire come mi trovassi ormai fuori dal tempo, escluso da ogni gioco possibile. Insomma ero troppo vecchio, ma mi sentivo un ragazzino. Lo dissi a Frank, che mi tranquillizzò. Se quei ragazzi avessero saputo che avevo vissuto l’epoca di Jimi, probabilmente avrebbero venerato anche me. Comunque la Feria non era null’altro che una immensa costruzione in cartapesta, dove si trovava di tutto, ma essenzialmente si trovava da bere, e da ballare. Il vino e la cerveza scorrevano a fiumi, e sembrava che la gente fumasse solo qualcosa di diverso dalle normali sigarette. Un gran casino, insomma! Qualcosa che non mi piacque di Torremolinos fu proprio il mare. Una sabbia finissima che sembrava cemento, il mare perennemente mosso, ed il vento che ti sparava questa sabbia negli occhi. Un fastidio perenne. Specialmente per chi, come me porta le lenti a contatto. Tutto sommato, però una cosa di positivo c’era. L’assoluta mancanza di extracomunitari ambulanti che ti vendevano di tutto. Abituato com’ero alle spiagge della Sicilia, laddove gli ambulanti sono la regola ed i negozi l’eccezione, dovetti ricredermi. Non esisteva, infatti l’ombra di un ambulante. Chiesi informazioni e mi fu detto che gli extracomunitari potevano entrare in Spagna solo per turismo o per motivi di studio. Nessuna deroga. Salvo speciali autorizzazioni governative che solo raramente venivano concesse. D’altronde la ragione si trovava proprio di fronte a me. L’Africa era ad un passo. Se tutto fosse stato liberalizzato, gli spagnoli si sarebbero ritrovati invasi dagli africani. Proprio come succede qui da noi. Risultato: vista l’assoluta mancanza di concorrenza, i negozi avevano prezzi quanto mai modici, soprattutto visto che stiamo parlando di una località turistica ed in riva al mare.

            Ma non avevo voglia di stare fermo. Dopo due giorni ne avevo le scatole piene e lo dissi a Frank. Scoprii così che anche lui ne aveva le scatole piene e che la strada chiamava. Le escursioni erano d’obbligo, così, dopo aver consultato la cartina, partimmo alla volta di Sevilla, città che io avevo già visto, ma che meritava ulteriori approfondimenti.

La città e davvero bella e scopriamo qui il culto di Cristoforo Colombo (ma non era italiano?), che in Italia e specialmente a Genova viene quasi del tutto ignorato. Ma non c’è tempo per soffermarsi. Dietro consiglio abbiamo lasciato le moto in un parcheggio pubblico e così dopo aver  visto i monumenti importanti (la cattedrale è bellissima), e pranzato si riparte. Destinazione Gibilterra, la strada è obbligata e meno male che in Spagna la stragrande maggioranza delle strade sino come delle autostrade (e soprattutto sono gratuite), ripartiamo. Paesaggi meravigliosi. Una Spagna che credo pochi hanno veramente visto davvero. Dopo un incontro con un ragazzo italiano diretto in Marocco e con il quale scambiamo qualche parola e facciamo una foto con una digitale magicamente spuntata da una tasca della giacca. Un consiglio: se proprio dovete portarvi qualcosa dietro, che sia una macchina digitale. Eccezionale. Ecco che arriviamo a Cadiz, dove ci accoglie un ponte fantastico che attraversa tutto il porto e noi lì sopra, sospesi in uno scenario da quarto millennio. Altro che ponte sullo Stretto di Messina!!!

Altra strada, ma stavolta una carretera in luogo dell’Autovia, ma abbastanza scorrevole. Finalmente al tramonto ecco Tariffa e su di essa El Mirador, una specie di terrazza che si affaccia sul Marocco. Sembra quasi di poter toccare la terra d’Africa. Uno spettacolo veramente suggestivo. Facciamo le solite foto di rito e qui un pensiero: Dallo Ionio all’Atlantico, certo una bella scarpinata, mi sento quasi un Ulisse del 2000, una volta giunto alle Colonne d’Ercole. Ma bando alle ciance , si rientra. E qui ecco che ci facciamo beccare in castagna. In luogo dell’Autovia, prendiamo l’Autopista ed ecco che magicamente le nostre tasche vengono alleggerite (l’Autopista infatti si paga ed è carissima).

Arriviamo alla tenda sfiniti. Ma l’indomani mi aspetta un’altra gita. Vado a Granada e stavolta da solo perché Frank l’ha già vista. La cosa non mi dispiace, e così l’indomani di buon’ora, mi incammino verso la ciudad de l’Alahambra, mitica roccaforte moresca prima della scoperta dell’America. La strada non è male, la solita Autovia che fila dritta come l’olio, anche qui paesaggi stupendi, come provenienti da un film. Per fortuna la temperatura non è né troppo calda, né troppo umida, ideale per viaggiare in moto. Ma la delusione si fa cocente una volta raggiunta l’Alahambra. Nessun biglietto disponibile per almeno tre giorni. Mi informano che bisognava prenotare. Una nota dolente. Nessuno parla l’italiano. Non è indicato neppure tra le lingue principali, che rimangono le stesse, con l’aggiunta del Catalano, ma di italiano neppure l’ombra, quindi è necessario conoscere o l’inglese o lo spagnolo, diversamente i rischi di trovarsi spaesati sono davvero grossi. Per fortuna tra il poco di spagnolo che ricordavo dai tempi di Tex Willer, quello appreso per strada, ed un po’ del mio cattivo inglese ed un pessimo francese (reminiscenze scolastiche di trent’anni fa), riuscii a cavarmela alla meno peggio. Una sfiga spaziale! Ma Granada è davvero bella, dovrò tornarci e non solo per vedere l’Alahambra, anche per viverla un po’. Mi fermo ad un bar e qui incontro dei ragazzi di Padova provenienti dalle Asturie. Mi dicono che sono bellissime, ma che non vale la pena avventurarsi perché lì piove che Dio la manda. Pro memoria: comunicare a Frank la notizia, anche perché lui aveva intenzione di salire su per il nord della Spagna. Io in fondo non avevo una vera meta e quindi presi solamente atto della notizia.

Tornato nella bolgia di Malaga, scoprii che Frank aveva fatto amicizia con una bella ragazza spagnola dal nome impossibile: Iciar. Che vorrà dire poi? Boh! Comunque quella sera è stata programmata una visita  (un’altra!) alla Feria, con Iciar che avrebbe portato un’amica. Serata davvero simpatica. Guastata soltanto dall’immensità della Feria, però ben guidate dalle ragazze, stavolta è stata un’esperienza davvero bella.

Ma la partenza si avvicina. Dopo una visita all’Alcazar di Malaga (nulla in confronto a ciò che avevamo visto a Sevilla) decidiamo di partire l’indomani per Madrid, anche perché le giornate si susseguono e le ferie si assottigliano. Comunque io ho un appuntamento importante con la nave che dovrebbe riportarmi in Sicilia.

Lungo il tragitto per Madrid avevamo deciso di visitare Cordoba, (sembra una visita alla SEAT!) mai decisione fu più azzeccata! Una città davvero carina, con un centro storico quanto mai interessante ed una moschea trasformata in Cattedrale sin dal tempo della cacciate dei Mori: La Mezquita! Davvero stupenda. Con un parco intorno che non era niente male, ed anche qui la commemorazione a Cristobal Colomn (Cristoforo Colombo), che in Spagna sembra adorato come un dio. Ma poi si vola verso Madrid, anche qui sono 1000 Km, ma la strada è bella e non avvertiamo quasi la stanchezza, anche perché le moto ce lo consentono.

L’imponenza di Madrid mi affascina, vi ero già stato in passato, ma da viaggiatore aviotrasportato e d’inverno, e ricordavo fosse buia e tetra, ma la Gran Via era piena di gente e la città piena di vita. Ma stavolta mi trattengo poco, i giorni diminuiscono sempre più e non vorrei davvero perdere la nave. Così, dopo aver visitato Toledo, che è una città che nasce medievale ed è rimasta assolutamente così, una città del passato, dove prendo qualche souvenir, lascio Frank a Madrid (non senza aver prima ammirato le opere del museo della Reina Sofia, tra le quali la famosa Guernica di Pablo Ricasso) e mi incammino verso Zaragoza altra città da toccare, se non altro per visitare la Basilica de La Virgen del Pilar. Ma la stanchezza mi prende e sono costretto a pernottare prima di raggiungere Zaragoza. Ma mi accorgo, come gli alberghi, rispetto ai nostri, abbiano prezzi assolutamente accessibili, certo non era il Plaza, ma era pulito e confortevole e questo bastava.

Giunto a zaragoza, scopro di aver perso gli occhiali e vado presso un negozio di moto dove vedo un espositore. Sorpresa! Compro gli occhiali (manco a dirlo di fabbricazione italiana) per soli € 7,20 e… ragazzi! Vorrei non doverlo mai scrivere, ma ho trovato gli stessi occhiali a Catania per la modica somma di € 100 Scontati!!! E a prezzo pieno quanto costano? Comunque vado alla Basilica e qualcosa mi prende l’anima, non riesco a fare neppure una foto. Almeno all’interno! Mi prende un magone grosso così e non appena entrato in Chiesa, mi accorgo che non si paga il biglietto! L’unica in Spagna! Eh già perché si paga dappertutto ed anche abbastanza salato, ma lì è un vero tempio della fede ed io ne rimasi scosso. Assistetti alla Messa, in maniera composta, proprio come un qualsiasi fedele, mentre tutti i turisti si affannavano a scattare fotografie, vi posso dire che le uniche immagini che porterò con me della Virgen del Pilar, le porterò scolpite sul mio cuore.

Virtualmente il mio viaggio in Spagna si conclude qui e proprio da qui penso che ripartirò la prossima volta, perché ho deciso che tornerò. E’ una “tierra encandata”. Ma la cosa più bella, ritornando verso la Francia mi è stata data dai paesaggi suggestivi e dalle strade che si intersecavano fra le montagne, quasi a coprire interamente la luce del giorno,uno spettacolo veramente da Far West! Ma poi ecco Figueroas e La Junquera, alzo il pugno al cielo in segno di vittoria. Ce l’ho fatta.

Il resto non conta molto, ma la visione più malinconica che ho avuto è stata sulla nave. La scia delle onde che lasciavano il porto di Genova, verso quella Sicilia che oggi sento meno mia, chissà perché.

L’Avventura era finita. Non restava altro da fare che aspettarne un’altra……………. 

LONE WOLF

 

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